Il ciuccio

U ciuccio

Qualcuno dice: “puoi bardare l’asino come un cavallo, ma quando raglia finisce l’incantesimo”, anche il meno nobile tra i due ha però la sua importanza.

Non è in sosta! Fermo per carico e scarico

Ricordo le primavere della mia adolescenza quando, nei tardi pomeriggi, i contadini ritornavano dai campi dando vita ad uno spettacolare passaggio di asini, tenuti a capezzunu (a cavezza), muniti ri cancieddo (basto) carico dei frutti che la terra aveva prodotto mediante il duro lavoro dell’uomo.

Non mi spiegavo perché ogni casa del mio paese fosse munita di stieri (stalla)… poi ho capito! Nei paesi di montagna come il nostro, le stalle erano volutamente costruite al piano sottostante la zona abitata in modo che apportassero calore alle case nelle fredde serate invernali, attraverso i solai fatti di astedde (assi di legno), oltre a fungere anche da legnaia.

Di buon mattino il padrone con il suo asino si recava nei campi, rigorosamente a piedi, poiché u ciuccio doveva trasportare gli arnesi di lavoro e il cesto con il pranzo dei contadini. Entrambi sapevano di dover affrontare un’altra giornata di duro lavoro ma non sembravano turbati, anzi al passare nei vicoli si sentiva il padrone fischiettare allegramente e salutare le altre persone, e guardando i grandi occhi del suo compagno, sembrava che anche lui desse il buongiorno.

Percorrendo le vie del paese, l’animale immancabilmente era oggetto di invettive da parte di qualche signora adirata alla vista ed al lezzo di qualche bisogno corporale lasciato davanti la propria porta. Ma l’ira delle donne si sarebbe placata da lì a poco, quando finito il via vai di uomini ed animali suggellato dal rumore degli zoccoli, arrivava un vecchietto con una pipa e un cappello dai colori sbiaditi a raccogliere gli escrementi infilandoli in un sacco. Ricordo la prima volta che lo vidi e chiesi a mia madre perché quell’anziano signore compisse quel gesto, pensavo fosse così povero da raccogliere perfino i bisogni degli animali. La risposta fu: ne face cutime (ne fa concime)!

Quasi ogni asino aveva un nome (dovessi stilare una classifica dei nomi più diffusi sicuramente al primo posto metterei Cardilla), alcuni erano più irrequieti specialmente se attorniati da noi piccoli baldanzosi, tanto che il padrone doveva allontanarci avvisandoci con la classica frase: livativi ra reto ca mina cauci  (toglietevi da dietro che tira calci), altri più mansueti, ed erano quelli sui quali i padroni ci caricavano in groppa per un breve giretto quasi come se fosse una giostra al luna park.

Ricordo le serate di inizio estate, quando all’imbrunire i contadini rientravano dopo una faticosa giornata di lavoro con cesti colmi di ciliegie, fichi, susine e ogni ben di Dio. Il caldo pomeridiano era attenuato nei vicoli da una leggera brezza e le donne – aspettando il rientro degli uomini per la cena – sedevano davanti le porte badando ai piccoli che scorrazzavano e giocavano a pallone, pronti a fermare il gioco appena spuntava un ciuccio per non impaurirlo. Negli anni a venire in più occasioni mi sono fermato a riflettere sul doveroso rispetto che si aveva, non solo per l’uomo segnato dal sole e dalla fatica, ma anche per il suo compagno di lavoro.

Arrivati davanti alla propria abitazione, il padrone legava il suo “ronzino” al catinieddo (un anello di ferro conficcato nel muro) e noi ragazzini aspettavamo che l’asino fosse liberato dal suo carico prima di riprendere il gioco, anche perché attratti dai profumi emanati da quelle prelibatezze  e dall’idea che il contadino di sicuro ce ne avrebbe generosamente donato una parte. Frutti che mangiavamo subito senza neanche lavarli e rigorosamente con la buccia, dei quali ricordo ancora oggi l’indescrivibile sapore. Le pesche, una delizia non più provata, l’uva nel periodo della vendemmia riposta nei varilacchi (barili) caricati ngoppa lu cangieddo (sul basto). L’asino aspettava pazientemente che venisse alleggerito del suo carico, ma quando si andava per le lunghe non era raro che emettesse un forte raglio, come a dire “diamoci una mossa” mentre agitando affannosamente la coda, cercava di scacciare le fastidiose mosche attirate dal suo sudore. È allora che gli veniva messo davanti un secchio per abbeverarsi e del fieno, quasi a ripagarlo non solo per il lavoro fatto ma anche dell’attesa.

Una volta liberato del carico avveniva la svestizione: sganciato il sottopancia lo si liberava del basto, si toglievano la coperta dal dorso e le briglie, poi lo si faceva entrare nella stalla, dove poteva consumare il suo pasto serale (il suo piatto preferito “paglia e fieno” anche senza funghi porcini) e godersi il meritato riposo, ma anche recuperare le energie indispensabili per la mattina seguente.

Così come noi umani abbiamo bisogno di una toilette, anche per gli asini era necessaria quest’operazione, anche se per necessità e non per vanità. Di tanto in tanto i loro zoccoli andavano curati, è per questo che periodicamente il banditore informava i cittadini che in un giorno stabilito sarebbe arrivato il maniscalco. Questo tipico personaggio arrivava in paese, solitamente vestito con una salopette scura e con in mano la cassetta con gli attrezzi del mestiere. Cominciava di buon mattino, ma qualcuno aveva già provveduto ad accendere un fuoco (necessario anche per la sterilizzazione degli arnesi). Dopo aver legato l’asino ad uno dei numerosi catinieddi, gli sollevava una zampa, serrandola fra le sue gambe, e cominciava ad operare limando l’unghia in eccesso con un attrezzo precedentemente riscaldato, ripetendo l’operazione per le altre tre zampe, tutto questo sempre alla presenza di una frotta di curiosi ragazzini. Ricordo ancora oggi l’odore intenso che si sprigionava nell’aria, dal contatto dell’arnese caldo con l’unghia dell’animale.

Finita la “pedicure” al primo asino si passava al successivo, magari in un altro vicolo. A volte le prenotazioni erano così numerose da indurre il maniscalco a pernottare nella locanda del paese per poter terminare le operazioni nei giorni seguenti. Non era difficile immaginare che oltre ad essere un chirurgo-estetico del ciuccio, fosse anche esperto nel valutare le condizioni e lo stato di salute dell’animale, consigliando a volte che forse era arrivata l’ora della sostituzione.

Valutata e maturata l’ipotesi di vendere quel ciuccio e comprarne uno più giovane, per procedere all’operazione era necessario aspettare la Fera. Di fiere al mio paese ce n’erano tre:

  • il 1 giugno (nel 1700 era detta a fera ri santu Muntano e durava 5 giorni, nei quali il decurionato si faceva carico del pernottamento nella locanda del paese per i commercianti che venivano da fuori),
  • il 12 agosto e
  • il 19 gennaio (detta a fera ri santu Savastiano). Quest’ultima finalizzata quasi esclusivamente agli scambi e alla compravendita di animali, si svolgeva lungo la strada Statale 18 SA-RC all’ingresso est del paese (oggi è rimasta come tradizione, ma si svolge a ovest del paese e soprattutto senza più animali). Era un evento molto importante per gli abitanti, in gran parte contadini, occasione per comprare piante, semi, attrezzi per la campagna e cosa più importante gli animali, dislocati nel castagneto e nel pioppeto limitrofi, infiocchettati con un nastro ad indicarne l’intenzione a cederli.

Tra le baracche presenti non mancava mai a barracca ri lu suffrittu (la baracca del soffritto), dove veniva preparato un piatto povero, in quanto fatto con le frattaglie e un poco di carne, ma decisamente gustoso. In tempi remoti (intorno al 1600), oltre allo scopo appena descritto, la fiera era anche il momento propizio per combinare matrimoni tra persone di paesi limitrofi, anche per questo esisteva una figura: o’ masto ri fera, il quale oltre a sancire i contratti stipulati tra le parti per la compravendita di un animale, era addetto anche alla ratifica dei futuri matrimoni concordati, formalizzando il tutto nella vicina chiesetta di San Sebastiano..

Era soprattutto la fiera per comprare un nuovo asino, animale di fondamentale rilevanza per l’economia del paese.

In alcune delibere decurionali negli anni del brigantaggio si legge: “i vicoli devono essere sufficientemente larghi a permettere il passaggio agevole di un asino carico”.

Molti sono i detti denigratori e che definiscono l’asino come un animale ignorante e testardo: A lavà a capo a u ciuccio si perde acqua e sapone, attacca u ciuccio addù rici u patruni, ecc., ma u ciuccio è stato di grande aiuto ai nostri avi: un amico, un compagno di lavoro duro che ha trasportato castagne, patate, uva, frutta ricevendo in cambio solo un po’ di fieno, un po’ d’acqua e un ricovero. È arrivato in montagna per stradine impervie rimaste ancora oggi inaccessibili anche ai moderni fuoristrada e, senza voler scomodare Cleopatra, è doveroso ricordare l’importanza del suo latte, con il quale sono state curate tante persone (tosse canina, pertosse), con la parte meno nobile ha concimato gli orti.

Anche nel mio paese il progresso ha cambiato il modo di vivere e il numero di asini è drasticamente diminuito, nessuno ha più come compagno di lavoro u ciuccio, i pochi che coltivano la terra utilizzano per il trasporto mezzi più moderni. Dopo una delibera comunale del 1980, la quale vietava il ricovero degli animali nel centro abitato è raro incontrare in paese una persona con il suo asino, ma non impossibile. Qualcuno ha voluto tenere con sé il suo fido amico, magari non più per utilizzarlo come animale da soma, ma solo perché gli è rimasto affezionato o forse perché con gli shampoo a secco che si trovano in commercio, a lavargli la testa oramai non si perde più niente.

Alfonso Pitta

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