Un gioco da ragazzi

“È un gioco da ragazzi“ una frase che è l’emblema della semplicità. Ma è davvero così semplice divertirsi quando si è ragazzi? E quanto è cambiato il modo di divertirsi rispetto al passato?

È cambiato il modo di essere ragazzo!

Un adolescente nella società moderna, colma di agi e tecnologie ma anche di tante insidie, è portato a vivere la società in maniera virtuale spesso isolandosi nel suo mondo domestico dove la comunicazione e i rapporti interpersonali sono affidati quasi esclusivamente ai social network. Una volta, invece, la strada non era vista come uno spauracchio neanche per gli adolescenti più piccoli, ma rappresentava l’unico modo per divertirsi e comunicare e nello stesso tempo per forgiare il carattere, a costo di un ginocchio sbucciato o qualche altra ammaccatura tra l’altro ben nascosta prima di tornare a casa, per non prendere il resto. La difficoltà maggiore era data dalla mancanza di tempo e dai pochi mezzi a disposizione per divertirsi, ma superato il primo ostacolo il secondo si affrontava e si superava grazie alla creatività e manualità, oltre ad una fattiva collaborazione tra i giovani, capaci d’ingegnarsi in ogni situazione.

La carriola

Tornando a casa dopo le ore scolastiche per molti c’erano ad attenderli non solo i compiti assegnati a scuola, ma anche le incombenze che i genitori assegnavano prima di recarsi al lavoro, e se per i primi si poteva pensare di rimandarli per la serata, per le seconde non esistevano ragioni di deroga. Nonostante questo si cercava sempre il modo di ritagliarsi uno spazio da dedicare allo svago per raggiungere il gruppo “operativo” di turno.

Nei pomeriggi in cui la mamma era in casa e non si avevano oneri particolarmente gravosi, la domanda era sempre la stessa  – Ma’ posso scendere un po’ ? –  l’immancabile risposta era una domanda  – hai fatto i compiti ? –  solita risposta  – li faccio quando torno – e dopo un’esile trattativa  – Va be’ , massimo mezz’ora e non sudare! –  era come raccomandare al mare di non creare l’onda.

Una partitella di pallone nel primo spazio libero

Volendo stilare una classifica dei giochi preferiti, sicuramente al primo posto la partita di pallone. Ogni pezzo di strada leggermente più ampio poteva essere luogo adatto allo scopo. Le squadre solitamente erano organizzate da due elementi del gruppo: il più carismatico e il proprietario del pallone, i quali  – ittannu a tuoccu – tirando a sorte sceglievano alternativamente i componenti delle squadre. Le partite non avevano un termine prestabilito, la fine era decretata o con il sopraggiungere delle tenebre o dal fuggi fuggi generale per qualche vetro andato in frantumi.

La sittimana

Anche rimanendo tra gli svaghi preferiti non sempre si riusciva a giocare a pallone, anche per la mancanza di quest’ultimo, ma di certo non mancavano le alternative, bastava un bastone e un coltellino ed ecco creato – mazza e pieuzu – . Un pezzo di bastone di circa 70-80 cm (la mazza) e un altro di circa 20 cm, appuntito alle estremità (pieuzu), costituivano gli unici elementi per questo gioco per un minimo di due persone (battitore e ricevente), che vagamente ricordava il baseball.

 Altro gioco tipico del nostro paese negli anni 60 era Lu grastieddu. I giovani, con le tasche piene di noci raccolte nei boschi, arrivavano in

piazza e lanciavano la sfida ai presenti, trovando quasi sempre qualcuno pronto ad accettarla, pensando di farsi un gruzzoletto di noci senza troppa fatica. Le modalità di gioco credo avessero preso spunto da quelle del bowling. Una noce con sopra una moneta da dieci lire, veniva posta dallo sfidato in un angolo della piazza, lo sfidante posizionatosi ad una distanza concordata cominciava a lanciare le noci della sua scorta cercando di far cadere la moneta, vincendola in caso di successo o perdendo la noce lanciata nel caso inverso. Gli ultimi tempi, nonostante la distanza concordata fosse sempre maggiore, era diventato difficile trovare qualcuno che accettasse la sfida vista l’abilità raggiunta dai ragazzi nel fare strike quasi ad ogni lancio.

La friccia

I giochi che si facevano come acchiappà, ammuccià, unu mpunta la luna, la sittimana, lu circhiu, con le figurine strusciu, scuoppulu, sciusciu , con i tappi di bottiglia o con i bottoni azziccamuru, con le biglie (a trovarle!) e altri che si costruivano come la carriola, la friccia, lu strummulu, lu scuppittuolu, li pupiddi, lu friscarieddu, la zirria, li stampelle, sono solo alcuni di quelli che meriterebbero di essere raccontati,ma per questo ci ha già pensato un’associazione   nata   qualche   anno   fa  a

Mazza e pieuzu

Massicelle, creando il museo del giocattolo povero dove sono minuziosamente  raccolti, raccontati e ricostruiti, con grande passione i tutti i giochi dei giovani di ieri.

È cambiato il modo di giocare!

Oggi si comincia fin da piccoli a vivere l’era tecnologica, non c’è più la necessità di radunare il gruppo, basta attivare la connessione e … “il gioco è fatto”,  si può interagire comodamente collegati dalla propria stanzetta e addirittura fare una passeggiata all’aria aperta senza uscire, basta “google maps”.  La partita di pallone non si gioca più con i piedi ma con i pollici (se mia madre potesse vedermi ragazzino oggi, mi direbbe come allora “non sudare !?”).  Anche il gioco delle carte oramai è diventato multimediale, ma viene da chiedersi  come segnalare virtualmente una briscola al compagno?

Un tempo per “collegarsi alla rete” si doveva:  trovare il modo per uscire, sperare che non piovesse, radunare il gruppo, trovare i mezzi e lo spazio per giocare e infine non fare danni onde evitare la fine dei giochi.

Friscarieddi

Trovare una risposta alla domanda se vivevano meglio i giovani di ieri o quelli di oggi, non è cosa semplice, una medaglia ha sempre due facce. Una volta si viveva tra tanti disagi economici e sociali ma anche con più serenità e socievolezza. I giovani d’oggi sono orientati a vivere un apatico immobilismo collettivo, ma nello stesso tempo un’era tecnologica che stimola loro un’intelligenza tale da poter affrontare con disinvoltura anche un dibattito sulla teoria della relatività.

La zirria

Forse qualcuno a non avere questi dubbi c’era:  Miliucciu, o zi Milio per i più piccoli, un simpatico personaggio di Montano Antilia, dal quale spesso si sentiva ripetere una fraseEra megliu quanna stijamu peggiu“. 

Si ringrazia Ernesto Apicella e il museo del giocattolo povero di Massicelle per la concessione di alcune foto 

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